Tra una versione ufficiale che invece di chiarire crea nuovi imbarazzi, un canale comunale solitamente velocissimo che proprio sul caso più grave tace, allarmi ambientali ormai confermati e un nuovo depuratore che — promesso “alternativo” in campagna elettorale — a due anni dal voto risulta solo… fermo. E ai cittadini, intanto, tocca brindare. Magari con l’acqua del rubinetto.
Una foto che vale più di mille comunicati
Martedì mattina scorso, alle prime luci dell’alba, un appassionato di fotografia ha tirato fuori il drone e ha immortalato una scena che ormai chiunque a Bagolino e Ponte Caffaro ha visto rimbalzare sui social: il Caffaro completamente marrone, color “fogna” — per usare l’espressione efficace di Bresciaoggi — che si tuffa nel Chiese limpido poco prima dell’ingresso nel lago d’Idro. Stesso meteo, stessa pioggia delle ore precedenti, ma due fiumi che sembrano usciti da pianeti diversi.
A quel punto le ipotesi si sono divise. Diversi residenti avevano avanzato il sospetto di scarichi zootecnici — un’ipotesi che ha portato persino il Consiglio provinciale di Trento a interessarsi, con un’interrogazione della consigliera Lucia Coppola di Alleanza Verdi e Sinistra. La sindaca Claudia Carè, qualche giorno dopo, ha invece consegnato a Bresciaoggi una versione ufficiale: nessuno scarico zootecnico illegale, era “in atto una manutenzione straordinaria del depuratore”, lavori che — testuale — “molto probabilmente” hanno causato la colorazione del fiume.
Come ha scritto giustamente la giornalista Mila Rovatti: “Ai lettori il compito di stabilire cosa sia peggio.”
Un caso aperto da chi avrebbe dovuto chiuderlo
Soffermiamoci sulla versione ufficiale, perché qualche domanda la solleva.
La sindaca, di fronte all’ipotesi degli scarichi zootecnici avanzata da alcuni residenti, l’ha respinta categoricamente. Su questo possiamo essere d’accordo: in assenza di prove, nessuno deve essere accusato e gli allevatori bagossi non meritano sospetti gettati al vento.
Solo che la spiegazione alternativa — una “manutenzione straordinaria” del depuratore che, testuale, “molto probabilmente” avrebbe causato la colorazione del fiume — lascia il tempo che trova. Letteralmente.
Di un intervento di tale portata su un servizio pubblico essenziale — un intervento capace di tingere un fiume intero per chilometri, fino alla confluenza con il Chiese — non risulta pubblicato alcun avviso preventivo, alcuna ordinanza, alcun comunicato di servizio rivolto ai cittadini. Non lo sapevano gli abitanti di Ponte Caffaro, non lo sapevano gli operatori turistici, non lo sapevano i pescatori, non lo sapevano le attività agricole della zona. Lo abbiamo scoperto noi tutti — minoranza inclusa — dopo che la foto del drone aveva fatto il giro dei social.
E poi c’è il dettaglio dell’orario. La foto è stata scattata alle prime luci della mattina, quando il fenomeno era evidentemente in corso da ore. Una manutenzione “straordinaria” al favore delle tenebre, evidentemente nella speranza che al sorgere del sole il problema fosse già defluito nel lago. Peccato per il drone, che invece era già in volo.
Quindi, riassumendo: una spiegazione ufficiale arrivata solo dopo che il caso era esploso pubblicamente, in forma di toppa su un giornale provinciale; nessun documento amministrativo a sostegno; nessuna comunicazione preventiva ai cittadini; un orario notturno opportunamente coincidente con il momento di minore visibilità.
I cittadini, alla fine di tutto questo, non sanno ancora con certezza cosa abbia colorato il Caffaro quel martedì mattina — né, soprattutto, se quel liquido fosse inquinante o meno. Sanno solo una cosa: la versione ufficiale solleva più dubbi di quanti ne risolva.
Il silenzio (selettivo) del canale ufficiale
C’è poi un ulteriore aspetto che vale la pena segnalare ai cittadini, perché racconta più di mille analisi politiche lo stile comunicativo di questa amministrazione.
Il Comune di Bagolino dispone di un canale Telegram ufficiale, pubblico e accessibile, presentato a suo tempo come strumento di trasparenza e di prossimità. Un canale che, di norma, si è sempre dimostrato molto solerte: nei mesi passati, ogni volta che dai banchi della minoranza, dai social o dalla stampa è arrivato un appunto su una scelta amministrativa, la replica del canale è giunta puntuale, articolata, spesso a stretto giro di ore.
Quello stesso canale, sul caso del Caffaro marrone, ha taciuto. Né prima — quando, se davvero erano in corso lavori straordinari sul depuratore, sarebbe stato doveroso informare i residenti che vivono a pochi metri dal fiume —, né durante, né dopo. Sull’episodio che ha riportato Bagolino sulle pagine della cronaca regionale, dal canale ufficiale del Comune: zero messaggi.
Un dato che fa il paio con un’altra anomalia ormai ben nota nel paese: a presidiare la trincea social della maggioranza, e in particolare a difenderla nelle discussioni sui gruppi Facebook di Ponte Caffaro, compaiono ormai abitualmente figure che in amministrazione, formalmente, non sono mai entrate — non avendo nemmeno preso parte alle elezioni. Persone che però intervengono come se rivestissero un ruolo istituzionale, e che a suo tempo si erano spese in prima persona anche per la promozione di quello stesso canale Telegram comunale, presentandolo ai cittadini quasi come uno strumento proprio più che come uno strumento del Comune.
È una dinamica che, presa in sé, sarebbe semplicemente curiosa. Vista invece nel contesto di questa vicenda — un fiume che si tinge di marrone, un comunicato ufficiale che non arriva, una “manutenzione straordinaria” annunciata solo dopo, su un giornale provinciale — diventa la fotografia perfetta di una comunicazione politica a senso unico: velocissima quando deve replicare alle critiche, silenziosa quando dovrebbe informare i cittadini di un problema reale.
A buon intenditor, poche righe di Telegram.
Il depuratore: chi aveva fatto il lavoro, chi lo ha fermato
Sgombriamo subito il campo da una narrazione comoda che da troppo tempo gira nel paese, e che vorrebbe i ritardi del depuratore come una colpa “di tutti” o, peggio, dell’amministrazione precedente. I documenti dicono altro.
Della necessità di un nuovo impianto si parla dal 2011: undici anni di procedura di infrazione europea, undici anni in cui Bagolino capoluogo è rimasto l’unico Comune affacciato sul lago d’Idro privo di un sistema di depurazione adeguato. Su questo problema la precedente amministrazione Marca, espressione del nostro gruppo, aveva imboccato la strada giusta: studio di fattibilità firmato nel 2021 con A2A Ciclo Idrico, individuazione tecnica del sito di Prada come unica area realmente praticabile — dopo l’analisi e l’esclusione motivata di tutte le alternative, collettamento a valle compreso — e variante al Piano di Governo del Territorio approvata in Consiglio Comunale con iter trasparente e pubblicamente consultabile. Vale la pena ricordare che l’area di Prada era classificata come “ambito destinato a servizi di interesse pubblico” già nel PGT del 2011: non un’invenzione, non un colpo di mano, ma una scelta urbanistica documentata da oltre un decennio.
Poi sono arrivate le elezioni del 2024. La lista guidata dall’attuale sindaca Claudia Carè — fino a poco prima del voto attiva nel comitato contrario al depuratore di Prada — ha promesso ai cittadini “soluzioni alternative”. Bene, ci siamo detti: portatele, le esamineremo volentieri. Sul bene del paese e sulla qualità delle nostre acque non ci sono colori politici che tengano.
Solo che, due anni dopo, di alternative concrete non c’è traccia. Lo abbiamo documentato nel dettaglio nei nostri articoli precedenti (“Depuratore di Prada: facciamo chiarezza una volta per tutte”, giugno 2025; “Il depuratore di Bagolino: cronistoria di un progetto troppo lungo”, luglio 2025): nessuno studio tecnico alternativo è stato presentato, nessun esperto è stato incaricato — fondi pubblici per altre verifiche tecniche sono stati trovati, per questa no —, nessuna proposta concreta è stata messa nero su bianco. La critica al progetto è rimasta tutta sul piano ideologico, mai puntuale, mai tecnica.
E il vecchio impianto? Quello che la nuova amministrazione, in pratica, ha scelto di lasciare in piedi fermando il percorso verso il nuovo, continua a essere quello che è: secondo diversi osservatori riportati anche da Bresciaoggi, funziona poco più che da sedimentatore. E ogni volta che si rendono necessari interventi straordinari, situazioni come quella di martedì possono ripetersi. Continuare a rimandare il nuovo impianto significa continuare a chiedere al vecchio di fare miracoli che non può fare. E ai cittadini di subirne le conseguenze senza neanche essere informati.
Secondo il cronoprogramma pubblicato proprio in questi giorni da Bresciaoggi, il progetto definitivo è ora in chiusura, la gara d’appalto è prevista entro metà 2027, i lavori “entro la fine dello stesso anno”. Tradotto: nella migliore delle ipotesi, l’impianto vedrà operai non prima di un anno e mezzo. Tre anni dopo l’elezione di chi aveva promesso “alternative”. Tre anni in cui — se quelle energie politiche fossero state spese per costruire e non per ostacolare — il cantiere sarebbe già potuto essere avviato.
E intanto, dal Trentino, arriva l’altra notizia che fa male
Come se non bastasse, da pochi giorni sappiamo finalmente da dove arrivano i PFAS che da anni inquinano il lago d’Idro: dalle ex Fonderie Trentine di Condino, in territorio trentino, secondo quanto comunicato dall’Agenzia provinciale per la protezione dell’ambiente di Trento al Comitato No PFAS di Brescia. Lo stabilimento è chiuso da tempo, ma la bonifica fatta a suo tempo aveva riguardato solo il cromo esavalente: i PFAS sono rimasti lì, in contatto con la falda, e da anni viaggiano lungo il Chiese fino a noi.
I numeri non sono rassicuranti: nei coregoni pescati nell’Eridio sono stati rilevati 43,8 microgrammi per chilo, circa dieci volte oltre la soglia considerata accettabile e in netto peggioramento rispetto agli anni precedenti. Nella falda del Chiese, il PFOS è stato rilevato nell’80% dei campioni raccolti tra il 2018 e il 2024, con picchi superiori al limite di legge di 30 nanogrammi per litro. Il Comune di Storo ha già annunciato un biomonitoraggio sui residenti.
E noi? Noi, che da quella stessa valle attingiamo acqua per gli acquedotti — anche per il pozzo che alimenta Ponte Caffaro, su cui abbiamo già più volte sollevato interrogativi pubblici (si veda il nostro articolo “Due acquedotti, due pesi e due misure?” del gennaio 2025) —, siamo tranquilli e cristallini. O così ci dicono.
La posizione di Insieme per Crescere
Mettiamo insieme i pezzi, perché è un esercizio che a quanto pare in maggioranza nessuno vuole fare ad alta voce.
Il capoluogo continua a riversare nel Caffaro reflui non depurati a dovere, in violazione di una direttiva europea da oltre un decennio. Quando si verificano fenomeni evidenti come quello di martedì, la comunicazione istituzionale arriva tardi, in modo confuso, e finisce per sollevare più dubbi di quanti ne dissipi. Il canale Telegram comunale, di solito velocissimo a replicare alle critiche, sull’episodio è rimasto in silenzio assoluto. I PFAS che finiscono nei nostri pesci hanno ormai una fonte accertata, ma sulla qualità dell’acqua che esce dai nostri rubinetti non arrivano comunicazioni puntuali, trasparenti e proattive verso i cittadini. L’iter del nuovo depuratore, portato avanti dalla nostra amministrazione anche per evitare le infrazioni europee, oggi è ancora fermo in nome di “alternative” che a due anni dal voto non esistono nemmeno su un foglio di carta.
Come gruppo di minoranza abbiamo segnalato queste criticità in Consiglio comunale, con interrogazioni e attraverso il nostro blog, in modo costante. Continueremo a farlo. E continueremo a chiedere:
- che ogni intervento, anche straordinario, sul depuratore comunale venga comunicato preventivamente ai cittadini, alla luce del sole, e attraverso tutti i canali ufficiali del Comune;
- che vengano resi pubblici i dati ARPA aggiornati sulla qualità delle acque del Caffaro, del Chiese, del lago e degli acquedotti comunali;
- che il cronoprogramma del nuovo depuratore venga finalmente rispettato senza ulteriori rinvii, abbandonando una volta per tutte la stagione delle “alternative annunciate e mai prodotte”;
- che il Comune di Bagolino si faccia parte attiva con gli enti competenti — Regione Lombardia, Provincia di Brescia, Provincia autonoma di Trento, ATS, ARPA, A2A — per affrontare in modo coordinato sia la questione PFAS sia quella della depurazione.
In chiusura
A chi ci legge da Bagolino, da Ponte Caffaro, da Cerreto: questa non è una battaglia di parte. È una battaglia di salute pubblica, di tutela del nostro fiume, del nostro lago, del nostro pesce, della nostra acqua. Il lago d’Idro è ancora Bandiera Blu — sì, anche nel 2026 — ma non lo sarà per sempre se continuiamo così.
Nel frattempo, ci permettiamo un brindisi amaro: alla salute! Magari con un bicchiere d’acqua del rubinetto. Sperando che sia davvero limpida come ce la raccontano.
Per segnalazioni, dubbi, contributi: scriveteci. La partecipazione dei cittadini è l’unico vero depuratore della politica locale.
